
come un bene da coltivare.
Da ormai trent’anni stiamo intrecciando le nostre proposte sociali e ambientali con città e paesi del vicentino. Dalle prime esperienze di vicinanza a mondi difficili di marginalità e disagio giovanile ed adulto abbiamo subito imparato che il territorio non era semplicimente il posto dove “fare delle iniziative” e “rendersi visibili” e neanche dove poter e dover essere solo degli attori attenti, responsabili e propositivi, ma un vero e proprio terreno in cui “impiantarsi”, mantenendo scambi vitali e continuativi, in una logica di reciprocità che va oltre ogni utile, calcolo o funzionalità immediata.
Insomma, abitare piuttosto che utilizzare occasioni e risorse collettive. E, ancor più precisamente, abitare la soglia che sta tra il dentro e fuori, tra inclusione ed esclusione, tra normalità e diversità. Perché solo così il margine può farsi frontiera di novità.
Questo modo di abitare la città ha voluto dire, tra mille fatiche e contraddizioni, cercare di creare dei crocevia vitali, che nel nostro caso sono di lavoro cooperativo condiviso, di vita familiare o comunitaria, di spazi collettivi aperti. Ci pare che questo inventare luoghi vitali abbia una validità più complessiva e sia oggi una necessità e uno strumento privilegiato per non impedire il futuro delle nostre città.
Essi possono essere caratterizzati da:
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare tali ambiti vitali non esigono confini netti, identità proclamate, steccati e barriere difensive, ma vivono sulla soglia, in un processo aperto al futuro che preferisce proporre e interiorizzare più che riversare fuori da sé, che unifica invece di spingere alla divisione, che cerca semplicità fino a rendersi trasparenti a ciò che è altro da sé. Il respiro di una città dipende da tali luoghi. La sua “qualità della vita” non dipende da indicatori diversi da quelli che ci vengono continuamente proposti (redditi, risparmi, affari, denunce di reati, servizi e infrastrutture, invecchiamento della popolazione, svaghi e tempo libero1.
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